Anno XIII - n° 70

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Luglio/Agosto 2025

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Anno XIII - n° 70

Luglio/Agosto 2025

Ambienti confinati: la strage prevedibile

Quando arriva l’anno zero?


di Massimo Peca [*]

Massimo Peca

Seguendo le “Five Ws”: un recente fatto di cronaca, accaduto il 1° luglio 2025, relativo a due operai intossicati mentre stavano lavorando, secondo la stampa locale, in una coclea a spirale per rimuovere un oggetto estraneo, riporta all’attenzione di tutti gli infortuni negli ambienti di lavoro, nel caso specifico, in un ambiente confinato e/o sospetto d’inquinamento.

Pare che la causa sia stato il diossido di zolfo (l’anidride solforosa, SO2), che è un gas incolore e dal tipico odore empireumatico. Le indagini sono ancora in corso, ma dei due lavoratori intossicati, uno è morto dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale. L’altro è stato dimesso e sta bene.

L’azienda in cui è accaduto l’infortunio lavora frattaglie di animali.

Peca 70 2In letteratura è facile trovare le cause e gli effetti sull’organismo dell’anidride solforosa, come pure la sua formazione.

Nelle banche dati dell’INAIL, e in particolare Infor.Mo. ci sono i dati quantitativi degli infortuni mortali, accaduti negli ambienti confinati e/o sospetti d’inquinamento. Basta cercare con i determinanti giusti.

Partendo dal presupposto che un morto è sempre troppo, quello di cui vorrei scrivere è la sottovalutazione di questi infortuni, pressoché generalizzata, da parte dei datori di lavoro che non ne hanno una conoscenza diretta, e di tutti quelli che a vario titolo si occupano di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro, escludendo gli specialisti della materia, che per fortuna esistono.

Per far capire la gravità di questi eventi basti dire che, sebbene la probabilità del loro accadimento non è alta, il danno che ne deriva è quello massimo: ovvero, la morte. Chi volesse approfondire, dovrebbe considerare il sistema a matrice R=PxD, in cui R è il “rischio”, P è la “probabilità” e D è il “danno”. E siccome le parole sono importanti, è necessario distinguere due termini spesso confusi: “pericolo” e “rischio”. Il decreto legislativo 81 del 2008, ce ne dà una spiegazione, a sua volta ereditata dall’ILO.


Ma la cosa che mi sconvolge e dispiace, occupandomene da molti anni, riguarda gli organi di vigilanza: un esempio è contenuto nel recente “Documento di programmazione della vigilanza per il 2025” dell’Ispettorato nazionale del lavoro (INL), in cui se ci cercano le parole: “ambienti”, “confinati”, “sospetti” e “inquinamento”, non se ne trovano le tracce. Neppure dei sinonimi.

Tra l’altro, nella programmazione dell’INL, ritengo che il ruolo delle, cosiddette “richieste d’intervento”, essendo prive di una standardizzata e razionale analisi di attendibilità (magari, informatizzata), diano spesso origine a dispersive ed inutili attività di vigilanza che potrebbero essere impiegate più proficuamente.

Se il principio della programmazione della vigilanza è quello di intervenire sui fenomeni più gravi, innanzitutto per i danni che questi possono provocare, allora questa tipologia di infortuni dovrebbe essere costantemente oggetto di attenzione, da sempre.

Non oso, poi, affermare che tutta la vigilanza sulla salute e sicurezza negli ambienti di lavoro andrebbe organizzata considerando i rischi omogenei e non la tipologia di attività produttiva. L’esempio della “trasversalità”, che cito di seguito, dovrebbe chiarire meglio il concetto.

La storia, recente e passata, ne è contraddistinta. Forse, alcuni ricorderanno i 13 morti della motonave Elisabetta Montanari, a Ravenna il 13 marzo 1987. Ma, tornando più indietro nel tempo, si trovano cronache di eventi simili, tutti con le stesse dinamiche, cause ed effetti.

Un’altra caratteristica di questi infortuni è la trasversalità: possono accadere ovunque ci sia uno “spazio circoscritto non progettato e costruito per la presenza continuativa di un lavoratore, ma di dimensioni tali da consentirne l’ingresso e lo svolgimento del lavoro assegnato, caratterizzato…”. Questa è una parte della definizione che dà la recente norma UNI 11958:2024, nata dopo molte discussioni e che rappresenta un importante punto di riferimento per la valutazione dei rischi connessi e le conseguenti misure di prevenzione. Come ho già avuto modo di scrivere, ci sono molti altri riferimenti a norme tecniche e legislative che aiutano a districarsi in questo campo specialistico.

Ovviamente, per svolgere un’efficace attività ispettiva e preventiva su questi fenomeni, è necessario possedere conoscenze adeguate che non possono essere improvvisate, frutto di poche ore di formazione solo sugli aspetti legislativi. Serve un progetto complessivo, di lungo periodo, avulso dalla mentalità “burocratica estrema”. Forse, la stessa meticolosità con cui si organizzano i codici per le varie attività dell’INL potrebbe essere utile per organizzare la vigilanza di cui si tratta, con criteri scientifici, tecnici e organizzativi adeguati ai massimi livelli di autorevolezza.

Ma, questo ragionamento ci trasporta all’inizio del problema. E ci fa pensare a come viene svolta la vigilanza nel nostro Paese, sulla (ancora presente) frammentazione delle competenze e l’incapacità di aggredire questo particolare fenomeno, anche a causa dell’assenza di attrattiva per svolgere le funzioni dell’“ispettore tecnico salute e sicurezza” nell’INL. Secondo la nuova definizione contrattuale.

Se poi si pensa che la vigilanza sul rispetto delle norme che tutelano la salute e la sicurezza dei lavoratori la possono effettuare anche (e a volte solo) gli ispettori del lavoro, il quadro è completo e molto poco edificante.


Peca 70 1Dopo questi eventi, è inutile rifugiarsi nel cliché giornalistico che attribuisce all’assenza di formazione dei lavoratori, all’uso o l’assenza dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e su altre carenze, comprensibili ai più, le ragioni delle “disgrazie” o “incidenti”.

È indiscutibile l’importanza di tutte queste cose, ma è troppo semplice spiegare l’accaduto solo con queste carenze. Sono fenomeni, quasi sempre, prevedibili e prevenibili. Basta solo non avere un’organizzazione ispettiva “ondivaga”, che corre dietro solo alle emergenze periodiche, di cui la stampa racconta e la politica si occupa, qualche volta benino, ma più spesso male.


La qualità della vigilanza può incidere notevolmente sugli infortuni negli ambienti confinati e/o sospetti d’inquinamento, ma non se si considerano gli ispettori tecnici dei lavoratori a cottimo che devono sfornare numeri il più possibile, basandosi sull’errata idea secondo cui si deve controllare tutto e tutti per essere “visibili” nel territorio. O, peggio, una “toccata e fuga”.

Quantità e qualità possono convivere, ma occorrono organizzazione, mezzi adeguati (ad esempio, le auto di servizio e non quelle personali) e una visione diversa della “presenza sul territorio”. Basta esaminare cosa accade negli altri Paesi del mondo e ci si accorgerà che, a volte, il numero di ispettori tecnici in rapporto alla popolazione lavorativa, non è molto diverso dal nostro, ma i risultati sono diversi. Certamente le variabili sociali, culturali ed economiche sono differenti. Non è un caso che l’ILO fa una gran fatica a standardizzare i dati relativi agli infortuni e alle malattie professionali.

Insomma, si dovrebbe fare “poco”, ma “bene” e col tempo necessario. Forse così si può arrivare all’anno zero per gli infortuni e le malattie professionali, da cui ripartire con un diverso metodo di lavoro per noi e un approccio più responsabile per i datori di lavoro. Quadrato Rosso

[*] Ispettore tecnico salute e sicurezza - Ispettorato nazionale del lavoro.
Il presente contributo è frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non impegna l’Amministrazione di appartenenza.

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