Nel passato neanche troppo lontano, con l’approssimarsi della fine dell’estate, si aspettava con entusiasmo e passione da parte di tanti compreso chi scrive e con ansia e timore di altri la ripresa in pieno dell’attività sindacale con le sue grandi battaglie per il rinnovo dei contratti e l’espansione dei diritti a tutela dei lavoratori. Tutto ciò oggi sembra appartenere solo al passato. In agenda, infatti, è previsto magari qualche piovasco ma niente aria di burra al punto che la parte datoriale e il governo, con un sospiro di sollievo guardano avanti con tranquillità e possono dormire sonni tranquilli. Assistiamo, invece, con sbigottimento e dolore all’accentuazione della rottura dell’unità d’azione, una ferita che anziché cercare di cicatrizzare si sta facendo sempre più profonda, nonostante il desiderio e gli auspici da parte di tante donne e uomini delle strutture confederali perché sono molti i temi che uniscono rispetto a quelli divisivi
La domanda che sorge spontanea è perché allora si è arrivati a un tale punto di rottura. Ritengo che la causa prima di ciò è che i gruppi dirigenti sindacali si siano fatti irretire dalla politica che crea comunque contrapposizioni. E se ciò è fisiologico nel suo campo specifico, anzi è il sale della democrazia, nel sindacato introduce elementi che danneggiano o offuscano i suoi veri obiettivi.
Non che ai miei tempi non ci fossero tali riferimenti; la politica era diffusa e circolava nelle strutture come il sangue nelle vene. La ritenevamo, anzi, un elemento indispensabile perché sapevamo che il genere umano non vive in un iperuranio privo del male ma in un mondo in cui violenze, egoismi e sete di potere hanno lastricato la sua storia; eravamo convinti che solo la politica poteva contrastare e attenuare questi elementi negativi
Nel mio sindacato di appartenenza, per esempio, c’erano addirittura tre componenti che facevano riferimento a partiti o aree politiche. E tuttavia la grande differenza sta nel fatto che la politica non rappresentava un fine ma un mezzo dialettico i cui principi dei propri ideali servivano a stimolare il contributo individuale nella elaborazione dei progetti e delle tesi sindacali.
Per questo i lavoratori di ogni credo si stringevano al sindacato, davano il loro contributo alla formazione della piattaforma rivendicativa con proposte e ordini del giorno approvati nelle assemblee e partecipavano attivamente alle lotte spesso dure e costose. L’adesione era enorme e, nonostante i sacrifici economici, i lavoratori affollavano con convinzione i cortei che si snodavano in file interminabili lungo le vie dei centri abitati cantando e lanciando slogan anche irridenti all’indirizzo dei loro avversari e dei pochi crumiri cui erano indirizzati come quello in rima, coniato in quel periodo, che diceva, chi si astiene dalla lotta è un gran f…, iniziato a voce alta da qualcuno e concluso in coro dal corteo. C’erano tensione, entusiasmo e l’orgoglio per il potere contrattuale delle organizzazioni d’appartenenza.
Oggi il fervore di allora è molto ridotto se non addirittura inesistente. Quando vedo e parlo con qualche dirigente di base percepisco in lui una fierezza per la sua attività che, data la difficile situazione, mi sorprende, anche se offuscata da un’ombra legata allo stato di impotenza del movimento che impedisce di battere la resistenza, che a volte si trasforma in tracotanza, della controparte.
Sono convinto che il futuro del sindacato sia legato proprio a questi meravigliosi e indispensabili sindacalisti di base e a al loro comportamento. La gran parte opera e fa sindacato sul posto di lavoro mossa non da indennità o retribuzioni ma da vera passione e pertanto è priva di condizionamenti interni. Ovunque ci sia dibattito, chieda con ostinazione che si ripristini l’unità sindacale e la primazia della difesa dei lavoratori pena la fine ingloriosa di una istituzione che ha fatto la storia e che si è rivelata strumento essenziale per la tenuta della società democratica. Se così sarà, i prossimi autunni torneranno a essere caldi e attenueranno quel sentimento di malinconia suscitata sia dalla fine della bella stagione sia dal pensiero del ritorno del freddo e del cattivo tempo.
[*] Giornalista e scrittore. Consigliere della Fondazione Prof. Massimo D’Antona E.T.S.
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