
Era lunedì 3 marzo dell’anno 2008, nel pomeriggio verso le ore sedici, a Molfetta si verificò un orribile infortunio sul lavoro che provocò cinque morti e un ferito. Un evento atroce. Le cinque persone furono uccise intossicate dalle esalazioni di acido solfidrico, o idrogeno solforato.
La ditta Truck Center Sas provvedeva al lavaggio, bonifica e pulizia dei mezzi pesanti, camion, e container. La ditta era ubicata nella zona industriale di Molfetta, parallela alla strada statale numero 16, ove opera tuttora.
Le cinque vittime furono: Vincenzo Altomare, che aveva sessantaquattro anni, socio accomandatario della Truck Center Sas, i dipendenti della medesima impresa, Luigi Farinola di trentasette anni, Guglielmo Mangano di quarantaquattro, Michele Tasca di diciannove anni, deceduto in ospedale subito dopo l’infortunio e Biagio Sciancalepore, di ventiquattro anni, dipendente di una ditta di autotrasporti cliente della Truck Center. Unico superstite il dipendente della Truck Center, Cosimo Ventrella di cinquantasette anni.
Quel pomeriggio era previsto il lavaggio di una ferro cisterna, ovvero un serbatoio trasportabile sia con il treno che con il camion. Cosimo Ventrella era nella cabina del TIR che aveva trasportato la ferro cisterna, altri tre colleghi, dopo aver lasciato aperti i portelloni, dovevano provvedere alla pulizia integrale delle pareti interne della cisterna. Insospettito dall’improvviso silenzio, Cosimo Ventrella, salì al boccaporto della cisterna e comprese quanto successo. Non scese a sua volta, ma lanciò una corda. Sopraggiunse il titolare della società, il quale – nonostante gli avvisi di Cosimo Ventrella – volle calarsi nella cisterna rimanendo anch’esso vittima dell’acido solfidrico.
La cisterna della morte era arrivata qualche giorno prima guidata da un dipendente dell’impresa La Cinque Biotrans Snc di Bari. Gli accertamenti successivi all’incredibile infortunio collettivo, hanno consentito di accertare che la cisterna era stata conferita senza alcuna informazione in merito alla pericolosità delle merci in precedenza trasportate. Si trattava della prima di sette carri cisterna per il trasporto ferroviario di zolfo allo stato fuso. Lo zolfo in questione era stato prodotto dall’ENI e ceduto alla società Nuova Solmine SpA di Scarlino in provincia di Grosseto.
Le sette cisterne, collocate in vagoni ferroviari, erano state affidate alla impresa Biotrans Snc per effettuare il lavaggio, pulitura e sostituzione della flangia di attacco. La movimentazione lungo la rete ferroviaria era affidata alla società delle Ferrovie dello Stato SpA, denominata F.S. Logistica-B.U. Cargo Chemical, proprietaria del carro cisterna. Quest’ultima, d’intesa con Nuova Solmine SpA di Scarlino, aveva affidato il lavoro di bonifica a La Cinque Biotrans Snc di Bari. L’impresa affidataria, La Cinque Biotrans Snc, sub appaltò il lavoro alla Truck Center Sas, presso la sede della quale è avvenuto l’infortunio.
La tragica vicenda avvenne secondo lo schema, purtroppo consolidato, dell’accesso errato agli spazi confinati soggetti a inquinamento, con l’attivazione della tragica e impropria catena di aiuto tra gli addetti e il conseguente aumento esponenziale delle vittime. Emerse da subito che la ditta Truck Center non era attrezzata per l’intervento previsto e che l’amministratore della ditta La Cinque Biotrans Snc aveva personalmente verificato le capacità tecniche e organizzative della impresa alla quale aveva affidato, in sub appalto, la realizzazione dell’opera di lavaggio della cisterna.
La vicenda, ripetutamente esaminata dalla Autorità giudiziaria, è stata parzialmente conclusa dalla Corte di Cassazione, terza sezione penale, il ventisei maggio del 2022, con l’interessante sentenza numero 20559.
Nel 2017 la Corte di Appello di Bari scagionò tutti gli imputati dall’accusa di omicidio plurimo colposo. Il ricorso alla Corte di Cassazione determinò la ripetizione del processo di appello. Nell’anno 2009 il tribunale di Trani condannò tutti gli imputati. Seguì nel 2017 il ribaltamento della sentenza in appello con l’assoluzione per tutti gli imputati. Nel 2019 intervenne la Cassazione che annullò le assoluzioni e ordinò di rifare il processo di appello.
Dopo il secondo processo presso la Corte di Appello di Bari, intervenne nuovamente la Cassazione nel 2022, con la conferma della condanna a carico del legale rappresentante della ditta La Cinque Biotrans e della stessa società per la responsabilità amministrativa. La Corte di Cassazione ha confermato le responsabilità derivanti dall’affidamento del sub appalto alla Truck Center, risultata priva dei requisiti necessari per operare in sicurezza, rispetto alla specifica situazione. Sino a oggi sulla vicenda gli interventi della Autorità giudiziaria, nei vari gradi, sono stati già sette.
La prima sentenza emessa a Trani risale al 6 ottobre 2009. L’accusa era di concorso in omicidio colposo plurimo e lesioni colpose gravi con violazione delle norme di prevenzione infortuni, articoli 589 e 590 del codice penale. Condanna a carico dei responsabili della società delle Ferrovie dello Stato Fs Logistica-B.U. Cargo Chemical SpA. Per la responsabilità amministrativa delle imprese, prevista dal decreto legislativo numero 231 del 2001, tre condanne, per la società Fs Logistica-B.U. Cargo Chemical SpA, La Cinque Bio Trans e Truck Center.
Sempre presso il tribunale di Trani, fu avviato un secondo processo, a carico dell’ENI SpA quale produttore dello zolfo responsabile dei decessi, concluso il cinque dicembre del 2011 con l’assoluzione di tutti gli imputati, perché il fatto non sussiste.
Seguì, sempre presso il tribunale di Trani, il terzo processo finito con la sentenza di condanna del giorno 11 luglio 2014, a carico della società Nuova Selmine SpA, che nel proprio stabilimento di Scarlino in provincia di Grossetto, aveva utilizzato lo zolfo e inviato le cisterne per la pulitura, senza aver provveduto alla pulizia dei residui dello zolfo.
Il successivo processo in corte d’Appello a Bari che si concluse il 19 luglio 2017, con la sentenza di assoluzione e proscioglimento per sopraggiunta prescrizione.
Seguì il ricorso in Cassazione promosso dalla Procura della corte di Appello di Bari.
Nel 2019 la corte di Cassazione annullò le assoluzioni e dispose la ripetizione del processo dinanzi a una diversa sezione della corte di Appello di Bari a causa di vizi nelle motivazioni.
Nel 2020, il 21 dicembre, la corte di Appello di Bari, condannò il legale responsabile della società La Cinque Biotrans Snc a quattro anni di reclusione con il diniego delle circostanze attenuanti, per il reato di omicidio colposo plurimo commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Chiamate in causa ai fini civili le società La Cinque Biotrans Snc e la Nuova Solmine SpA.
I condannati ricorsero a loro volta alla corte di Cassazione che in data 26 maggio del 2022 ha emesso la propria ordinanza di conferma della condanna per l’amministratore e la società La Cinque Biotrans Snc. Per le responsabilità della società Nuova Solmine spa, è stata disposta la ripetizione del processo dinanzi alla corte di Appello di Bari. L’Autorità giudiziaria ha preso in esame tutti i soggetti coinvolti, dal produttore dello zolfo, all’utilizzatore, al trasportatore e alla impresa alla quale era stata affidata la pulizia delle cisterne.
Una vicenda complessa che ha coinvolto grandi imprese come l’ENI, le Ferrovie dello Stato e il gruppo chimico Nuova Solmine SpA, unitamente alle micro realtà locali come La Cinque Biotrans Sas di Bari e la stessa Truck Center Sas di Molfetta. Sono stati necessari quattordici anni, dal 2008 al 2022, per pervenire all’accertamento delle responsabilità. Nell’apprezzare i sicuri e prolungati sforzi per l’accertamento dei fatti, è inevitabile chiedersi, quale effetto, tutto ciò, determina per le cinque ingiuste vittime e i loro famigliari.
È questo l’esito delle decisioni della Autorità giudiziaria. Presso il tribunale di Trani, con la sentenza pronunciata nel mese di aprile del 2023, l’imprenditore, accusato di omicidio colposo per la morte di Paola Clemente, era stato assolto.
Il giudizio dinanzi alla corte di Appello di Bari, promosso dalla procura di Trani e dai famigliari di Paola Clemente, ha confermato, a febbraio del 2026, l’assoluzione.
Una vicenda che sarà necessario approfondire e comprendere meglio con l’esame delle due sentenze. A oggi, non si hanno notizie circa l’eventuale ricorso in Cassazione. Evidentemente sia la Procura presso la corte di Appello di Bari e così pure i legali dei famigliari di Paola Clemente attendono di conoscere le motivazioni della sentenza di appello, per l’eventuale presentazione di un ricorso dinanzi alla corte di Cassazione.
Nei due primi gradi di giudizio non è stato riconosciuto il nesso di casualità tra il decesso di Paola Clemente, provocato da un infarto, e le condizioni di lavoro, peraltro ritenute inadeguate rispetto alle previste e obbligatorie misure di prevenzione e sicurezza. In sostanza la mancata visita medica propedeutica all’assunzione e le inadeguate misure di soccorso, non hanno inciso direttamente sull’origine e l’esito del fatale infarto che ha provocato la morte di Paola Clemente. È anche prevedibile che molto si discuterà sulla autopsia, avvenuta a distanza di alcune settimane dal decesso. Pare utile ricordare chi era Paola Clemente, il contesto sociale e economico di provenienza, l’emozione e l’effetto che provocò in Puglia e nell’intero paese e la legge che scaturì dalla dolorosa vicenda.
Paola Clemente era sposata con Stefano Arcuri, aveva tre figli e viveva a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, a circa quindici chilometri dal capoluogo. Era una bracciante agricola e svolgeva la sua attività nei campi pugliesi da oltre vent’anni.
Nell’estate del 2015, ogni giorno, partiva dal suo paese e raggiungeva Andria a circa centosessanta chilometri di distanza. Partiva di notte, nel periodo estivo mediamente verso le tre, a bordo di una corriera, con altre lavoratrici e lavoratori, per raggiungere il sito di lavoro.
Nel mese di luglio era impegnata nel lavoro di acinellatura, che consiste nella rimozione dal grappolo dei chicchi di uva malfatti, per consentire lo sviluppo di un grappolo sano ed esteticamente accattivante. Un lavoro di circa dieci ore giornaliere con temperature spesso superiori ai quaranta gradi. Poi il ritorno a casa, altre due ore per i centosessanta chilometri del rientro. Il lavoro iniziava molto presto, tra le cinque e le sei, per attenuare gli effetti del caldo torrido. Mediamente il lavoro si protraeva sino alle ore quindici e trenta o alle sedici.
Paola Clemente era stata regolarmente assunta da un’agenzia di somministrazione e riceveva la retribuzione con la busta paga. Secondo le testimonianze una parvenza di legalità a copertura di un’antica e inesorabile azione di caporalato. La retribuzione effettiva che restava in possesso delle lavoratrici non superava ventisette euro per ogni giornata di lavoro, contro le nove ore medie prestate, oltre alle quattro ore di tempo per il viaggio. Ambigua anche la soluzione contrattuale tra l’agenzia di somministrazione e le imprese agricole utilizzatrici, con gli oneri e gli adempimenti per la salute e la sicurezza a carico degli utilizzatori, senza alcuna specifica.
Paola Clemente svolgeva l’attività di bracciante agricola avventizia da oltre venticinque anni, non aveva avuto altre opportunità nell’ambito del territorio ove risiedeva.
Lunedì 13 luglio 2015, un inizio settimana come tanti altri. La levataccia, l’accesso alla corriera per raggiungere Andria. Durante il viaggio, Paola Clemente, lamenta malessere, ma non si può fermare l’autobus, si rischia di arrivare in ritardo. Alle cinque si è già al vigneto di Andria in contrada Zagaria. Paola Clemente è stanca, fatica per la rimozione dei chicchi non sani, lavora dalle 5.30 alle 7.30, poi attenua il lavoro e chiede di essere accompagnata in ospedale. È invitata a sedersi sotto un albero. Il caldo è già intenso, paiono già superati i trenta gradi. Sotto la pietosa pianta, la stanchezza, lo stress e l’elevata temperatura, a quarantanove anni, stroncano la vita della sfortunata bracciante. Il personale del soccorso sanitario non può che constatarne il decesso.
L’evento, ampiamente trattato dai media, provocò tanta emozione e l’avvio di un percorso legislativo per il contrasto del caporalato e la riduzione in schiavitù. ![]()
[*] Già ispettore INAIL - Cultore della materia.
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