
All’ultima assemblea della Fondazione D’Antona è stato presentato l’interessante libro “Cooperative e lavoro” di Erminia Diana e Luigi Oppedisano, e nel presentarlo il Presidente Matteo Ariano si è posto, ed ha posto all’assemblea, l’interrogativo se avesse ancora senso parlare di cooperazione in questo momento socio-economico di quasi totale predominio di un capitalismo senza limiti. Ebbene, all’esito del dibattito, è emersa chiara la risposta, sicuramente ed assolutamente SÌ!
L’inizio della cooperazione, così come la intendiamo oggi, viene generalmente individuato nella esperienza della Rochdale Pioneers Society in Inghilterra, nel 1844, fondata da 28 operai tessili e artigiani che si associarono con il fine di aprire uno spaccio dove gli operai potessero acquistare a prezzi calmierati i generi di prima necessità. Tale esperienza è stata ritenuta una delle prime “soluzioni pacifiche” all’ aspra, a volte anche violenta, contrapposizione tra capitale e lavoro, tra “padroni” e “lavoratori”. Già nel Medioevo esistevano corporazioni di lavoratori, che discendevano dai “collegia” (associazioni professionali) del mondo Latino, ma con la Rivoluzione Industriale si impone il bisogno di strutture ben più organizzate, e così iniziano a diffondersi esperienze cooperativistiche dapprima in Inghilterra, poi nel resto d’Europa, con la cooperazione nel settore creditizio, e con la cooperazione agricola.
In Italia, nella seconda metà del Novecento, assistiamo ad un ampio diffondersi della cooperazione sociale, riconosciuta come “principio” in quegli anni anche nella Carta Costituzionale, poi soltanto con la legge del 1991 n. 381 ha trovato una sua disciplina ed un suo “ordinamento”. La nostra “Grundnorm”, “pietra d’angolo” non soltanto del nostro ordinamento politico ma anche di quello socio-economico, all’art. 45 riconosce la funzione sociale della cooperazione che persegue la mutualità, intesa come solidarietà, aiuto reciproco, rispetto al mero profitto capitalistico inteso come “contrapposizione” tra le parti, e dispone che lo Stato promuova ed agevoli la cooperazione, considerata “la terza via” tra impresa privata e pubblica. L’alto valore dell’art.45, vero caposaldo del sistema cooperativistico italiano, è stato ben evidenziato anche dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, n. 116 del 2025. La Consulta, nella indicata pronuncia, tra gli altri principi, individua il valore della cooperazione nella capacità di unire strutturalmente all’aspetto economico quella funzione sociale che i Costituenti consideravano necessaria per la promozione del lavoro e la realizzazione del bene comune. La sentenza sottolinea inoltre la differenza rispetto ad altri soggetti come le società benefit che nell’esercizio dell’attività di impresa oltre allo scopo di lucro perseguono anche una o più finalità di beneficio comune, evidenziando che la cooperativa si peculiarizza per la mutualità, ricollegandosi ai principi di solidarietà e sussidiarietà orizzontale, e per la democraticità nella gestione. Tale peculiarità è riconosciuta anche nella detassazione degli utili destinati a riserva indivisibile, prevista per le sole società cooperative, in quanto soltanto esse accantonando nel patrimonio sociale risorse necessariamente sottratte al godimento dei soci, si configurano come enti di creazione di ricchezza intergenerazionale, devoluta tramite i fondi mutualistici per lo sviluppo e la promozione della cooperazione in generale.
Nel dopoguerra quindi l’identità della cooperazione era molto chiara, ma l’articolo 45 non è l’inizio di questa storia, con la Repubblica si scrive la Costituzione e da lì parte progressivamente il movimento cooperativo italiano, ma in realtà già nel secolo precedente aveva trovato le sue radici e lo sviluppo, non a caso, è stato giustamente evidenziato che l’art. 45 recita: la Repubblica “riconosce” la cooperazione, la riconosce nel senso che non la istituisce per la prima volta, essa viveva già all’interno dei movimenti sociali ottocenteschi, di emancipazione delle classi proletarie, di reazione alle trasformazioni industriali e tecnologiche, economiche e sociali dell’ottocento. L’art. 45 è il frutto di una “fusione” delle differenti posizioni politiche ed economiche presenti nell’Assemblea Costituente, la socialista, la liberale, la cattolica.
Storicamente cooperazione e socialismo, entrambi nati nell’ottocento, condividono principi di solidarietà e democrazia economica e partecipativa, in opposizione alla logica del mero profitto capitalistico.
Ma le cooperative rappresentano anche un pezzo della Chiesa Cattolica italiana, infatti molte cooperative agricole e di credito nell’Ottocento furono istituite da sacerdoti e comunità parrocchiali. A favore, ed a sostegno, dell’economia cooperativa troviamo innanzitutto, nel 1891, l’Enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, analisi del mondo lavorativo ed economico, ancora attuale, faro sui rischi di un capitalismo liberistico con i paraocchi, finalizzato esclusivamente al profitto economico. E molti anni dopo, altro Papa, Benedetto XVI, con la Caritas in veritate, è tornato a ribadire con forza la necessità di una economia di comunione, del dono, cioè una economia capace di creare imprese ispirate al principio di solidarietà e condivisione. Questi valori non possono restare nel passato, ma possono aiutare le imprese a proiettarsi nel futuro ponendo al centro dell’economia e del lavoro l’uomo, la dignità della persona umana, in modo da creare nuove forme e opportunità di lavoro, più sostenibili da ogni punto di vista, sia del lavoro che dell’ambiente. Un efficace anticorpo può essere proprio l’economia cooperativa, con il suo principio di mutualità. Esempi paradigmatici della capacità della cooperazione di creare e/o ricreare opportunità lavorative sono le iniziative di “workers buy out”, aziende destinate al fallimento che hanno trovato nuova vita dalle aggregazioni cooperativistiche dei lavoratori, grazie proprio alla forza che la cooperazione riesce a generare, grazie al sentirsi parte attiva del “Fare”, ricordiamo che cooperare dal latino indica proprio l’operare insieme, il lavorare insieme per un fine comune. Nella cooperativa non è il capitale a comandare gli uomini e a determinare le scelte e le decisioni, ma sono gli uomini a decidere e gestire, e come e dove indirizzare il capitale.
In tempi recenti, nel 2010, in Inghilterra, su spinta del governo Cameron, si è cercato, purtroppo senza grande successo, di diffondere il principio Cooperativo tra cittadini anche nella gestione di servizi pubblici, la Big Society, ma il buon proposito non ha trovato una altrettanto buona diffusione, forse perché nato soltanto per ridurre le spese sociali di welfare.
Zamagni evidenzia la natura “bipolare” della cooperativa, cioè il suo avere in sè due nature che si fondono tra loro, una imprenditoriale e l’altra associativa, e tutte e due devono sempre stare in equilibrio, evitando che l’una prevalga sull’altra, con il rischio altrimenti che se ne snaturi l’essenza, la principale peculiarità. Ci troviamo di fronte ad una organizzazione imprenditoriale controllata democraticamente dai soci, secondo il principio “una testa un voto” e deve sempre mantenersi indipendente da qualsiasi ingerenza esterna. I soci traggono vantaggio non dalla distribuzione degli utili ma dalla possibilità o di acquistare beni e servizi, oppure produrre beni o ancora trovare lavoro, a condizioni più favorevoli di quelle del mercato. Altra peculiarità, è il dovere della cooperativa di favorire e sostenere la formazione dei soci e lo sviluppo del movimento cooperativo in generale, motivo per cui in Italia è previsto di destinare il 3% degli utili a fondi mutualistici per la promozione e sviluppo di altre cooperative.
L’irrompere dell’IA anche nel mondo del lavoro, le profonde trasformazioni che essa produce e la velocità con la quale si realizzano, ha indotto ad istituire con Legge 132/25 l’Osservatorio sull’adozione dei sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, al fine di monitorare ed analizzare concretamente l’impatto delle tecnologie di IA su lavoratori e aziende, per una integrazione efficace e sostenibile. Anche in questo campo le cooperative, con i loro valori e regole possono essere un supporto ed un riferimento importante per “umanizzare” e governare la rivoluzione che l’IA sta imponendo nel mondo del lavoro. Occorre evitare che questa nuova rivoluzione dispieghi soltanto effetti negativi in termini di perdita di dignità del lavoro e occupazione, il fine deve essere invece il rafforzamento della nostra forza lavoro e, per realizzarlo, è necessario coinvolgere attivamente i lavoratori nella transizione, trasformandoli da soggetti passivi a protagonisti del cambiamento. Proprio la cooperativa può essere la chiave per l’equilibrio tra automazione e umanità, uno studio di Erika Atzori nel settore logistica ha evidenziato proprio che coinvolgere i lavoratori, promuovere il dialogo e adottare un approccio partecipativo-cooperativo sono strategie fondamentali per assicurare che l’IA migliori davvero le condizioni di lavoro senza sacrificare benessere e dignità. Si è verificato e studiato il caso di un grande hub logistico, lì dove si è adottato un sistema di IA per coordinare le attività di movimentazione con un approccio “Top- Down” dove le decisioni sono state prese dall’alto, dai vertici senza un reale coinvolgimento dei lavoratori. Ebbene in questo caso l’introduzione di turnazioni imposte da algoritmi, senza valutazione di casi singoli ed esigenze specifiche, la ridotta flessibilità nei compiti, la percezione di essere sempre monitorati hanno generato aumenti di stress con impatti negativi sul benessere e sulla produttività. Invece un’altra azienda più piccola ha adottato una strategia totalmente diversa, improntato alla cooperazione, coinvolgendo il personale già nella progettazione del sistema di IA ed il risultato è stato un ambiente di lavoro più produttivo e collaborativo, con maggiore soddisfazione professionale dei lavoratori, gli algoritmi anziché esercitare controllo diventano supporto per una gestione equa e trasparente, equilibrando automazione e umanità.
Le cooperative sono intrinsecamente orientate a rispecchiare i bisogni e le visioni dei propri soci, questi ultimi sono motivati a essere coinvolti in tutti gli aspetti della gestione aziendale per soddisfare le proprie esigenze in modo efficace. Vi è un circolo virtuoso che si crea tra partecipazione ed efficienza, che contribuiscono a migliorare il clima aziendale, a mitigare i conflitti sul luogo di lavoro e a rafforzare il senso di appartenenza. L’aumento della motivazione al lavoro è conseguenza della partecipazione di tipo economico poiché l’incentivo materiale stimola i lavoratori attratti dalla possibilità di ottenere benefici economici. La diminuzione delle inefficienze deriva dalla partecipazione di tipo decisionale in quanto i lavoratori che possono influenzare i processi porranno da soli rimedio alle inefficienze e presteranno maggior controllo su tutte le fasi del processo produttivo. Quindi il principio che sottolinea l’importanza della partecipazione sia economica che decisionale dei lavoratori-soci non è solo mezzo per influenzare positivamente l’efficienza economica dell’azienda, ma costituisce anche uno stimolo concreto per coinvolgere attivamente i soci nella vita della cooperativa.
Nelle cooperative la partecipazione è da sempre elemento distintivo e fondante, ma si trova oggi in una fase di crisi. Nonostante il principio partecipativo sia sancito nello statuto delle cooperative, le difficoltà di motivare ed effettivamente coinvolgere i soci dimostra che essa rischia di diventare puramente formale. È stato evidenziato che la crisi della partecipazione nelle cooperative è speculare al trend sociale, con una diminuzione del “senso di comunità e di responsabilità” a livello generale. La cooperazione non è solo un modello di impresa ma un sistema culturale ed etico. Riportare la partecipazione al centro significa riaffermare la mission originaria delle cooperative, coniugare gli ideali di democrazia e solidarietà con le esigenze di un’impresa moderna, capace di affrontare le sfide del mercato e della società. Questo impegno se ben perseguito non solo rafforzerà la competitività e la sostenibilità delle cooperative ma rappresenterà anche un esempio virtuoso per tutte le altre forme di impresa, e come un fiume carsico alla fine troverà il suo sbocco positivo non soltanto nell’economia ma in tutta la società.
Sta diffondendosi sempre di più la consapevolezza che un modello puramente basato sulla massimizzazione del profitto, senza attenzione per le esigenze dei lavoratori e lontano dai valori di solidarietà e redistribuzione, non innesca circoli virtuosi di redistribuzione nella società, ma priva la società delle risorse che ha prodotto. La cooperazione è nata proprio dall’idea di affrontare le situazioni di subalternità che derivano dall’esclusione dai mercati e dal tentativo di reinserirsi nei mercati, usando gli strumenti del mercato stesso per aumentare il benessere della società. La cooperazione ha realmente dimostrato di mettere sempre in pratica quei valori di solidarietà e mutualità, a differenza di altri modelli come le “economie di piattaforma” che hanno illuso di essere innovative e portare sviluppo, dimostrandosi in realtà al servizio del capitalismo più sfrenato, portando forse “crescita” (per pochi) ma sicuramente non “sviluppo” che si realizza soltanto lì dove c’è armonia tra tutti i fattori produttivi. La cooperazione può contribuire a realizzare la “rivoluzione ontologica”, cioè sostituire al primato dell’avere quello dell’essere, fare in modo che il lavoro e l’impresa non siano soltanto incentrati su produttività, efficienza ed incremento del profitto ma recuperino il primato della “dignitas”, del nostro essere anzitutto profondamente uomini, “comunità di uomini”. I valori cooperativi sono proprio all’interno della Costituzione dove si configura il quadro della cosiddetta “economia sociale”, con lo Stato, il privato, il privato sociale, insieme questi tre soggetti devono cooperare non soltanto per il profitto ma in modo funzionale all’aumento del “benessere” delle comunità. Si può dire che cooperazione e solidarietà sono “sinonimi”, tanto sono strettamente uniti tra loro.
Da diversi anni ormai anche in ambito Europeo trovano cittadinanza e si susseguono Direttive nell’ambito dell’economia sociale, di cui le imprese cooperative costituiscono un pilastro, ambito ritenuto oramai fondamentale per lo sviluppo dell’economia e della società europea nei prossimi anni, tanto da essere inserita nel quadro delle politiche industriali e di investimento. L’incontro tra questa nuova posizione Europea e le posizioni della nostra Costituzione e della nostra storia può rappresentare un volano molto importante per il futuro economico e sociale. ![]()
Cooperazione e partecipazione su Rivista Impresa Sociale
La cooperazione alla Costituente di Molteni-intervista a M. Granata su Pandora Rivista
AI e Cooperazione equilibrio tra automazione e umanità- TCE Magazine
Zamagni – La cooperazione
Studio INAPP 2025
Fratini- La cooperativa, la società senza capitale.
S.E. & O.
[*] Funzionario Ispettorato Nazionale Lavoro, in servizio presso ITL di Napoli. Le considerazioni espresse sono frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non hanno in alcun modo carattere impegnativo per l’Amministrazione di appartenenza.
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