Anno XIV - n° 75

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Maggio/Giugno 2026

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Quando gli apparati sfidano il Parlamento


di Fabrizio Di Lalla [*]

Fabrizio Di Lalla 30 31

Ho letto con estremo interesse il fondo di Sabino Cassese dal titolo La Corte non fa sconti, apparso sul Corriere della Sera del 29 maggio scorso. In esso l’autore, partendo dall’opposizione dei magistrati della Corte dei Conti a una legge di riforma dell’organo di appartenenza approvata dal Parlamento e dai loro tentativi di modificarne gli obiettivi chiedendo di partecipare all’elaborazione dei decreti delegati, lancia un grido d’allarme sulla pericolosa trasformazione di parti dello Stato in lobby che cercano di opporsi alla volontà popolare espressa dal Parlamento.

Naturalmente condivido completamente il contenuto dell’articolo e, soprattutto, la preoccupazione per tale andazzo, che si sta estendendo sempre più. Il fenomeno, purtroppo, non nasce oggi; esso si è manifestato con l’avvento della Seconda Repubblica. Fino ad allora, la politica, apparentemente debole per i tanti governi succedutisi nel corso dei quasi cinquant’anni dalla proclamazione dello Stato repubblicano, con una durata media di circa un anno, aveva invece la supremazia su ogni altra attività pubblica, pur nel rispetto del dettato costituzionale, grazie all’esteso consenso popolare.

All’epoca, infatti, l’astensionismo alle votazioni era modesto e di entità fisiologica. La quasi totalità dei cittadini si sentiva rappresentata dai partiti, di maggioranza e di opposizione, perché essi, nella loro azione, cercavano di mettere in pratica o di difendere i grandi valori contenuti nella Carta.

La dimostrazione della forza della politica e dei partiti si manifestò appieno negli anni bui dell’attacco allo Stato, quando essi riuscirono a sconfiggere il più violento e feroce terrorismo mai conosciuto in Europa. Nessuno, nell’arco di quel lungo periodo, all’interno della pubblica amministrazione si sarebbe permesso di contrastare una legge emanata nel luogo in cui è rappresentata la volontà popolare. Poi, corruzione, clientelismo e mancanza di ricambio della classe dirigente hanno tolto ai partiti il consenso popolare e si è giunti a Tangentopoli.

La crisi della politica, purtroppo, è continuata anche nella Seconda Repubblica e di ciò hanno approfittato gruppi di potere interni alle strutture pubbliche. Da quel momento è accaduto sempre più spesso che alcuni apparati burocratici della pubblica amministrazione che, va ricordato, deve attuare quanto stabilito dal Parlamento attraverso gli atti normativi, mettendo da parte questo preciso compito, hanno cercato invece di difendere il proprio potere contrattuale e i propri privilegi, contrastando, bloccando, modificando o rallentando l’attuazione degli atti emanati dal potere legislativo.

Questo andazzo sta minando alla radice la credibilità dello Stato, la sua ragion d’essere e gli stessi valori democratici, insinuando in una quota sempre maggiore di cittadini il sottile veleno della diffidenza e della sfiducia verso le istituzioni. Alimenta, inoltre, l’indifferenza e il disimpegno dalla partecipazione civile. In altri termini, lo Stato rischia di andare in frantumi.

Bene ha fatto, pertanto, Sabino Cassese a lanciare questo grido d’allarme affinché ci si opponga alla trasformazione delle pubbliche funzioni in feudi di gruppi di potere e venga ripristinata la vera e unica funzione della pubblica amministrazione.

Eppure, questa e altre denunce — forse i lettori ricorderanno quanto da me scritto qualche tempo fa prendendo lo spunto da un articolo di Pietro Ichino — arrivano sempre in ritardo, quando il male potrebbe essere ormai diventato incurabile. C’è da chiedersi perché analoghi fenomeni, già manifestatisi in altri settori della pubblica amministrazione, non abbiano suscitato allora la stessa attenzione, come quando fu resa vana la riforma dell’ispezione del lavoro attraverso la creazione dell’Agenzia.

Siamo rimasti purtroppo in solitudine ad abbaiare alla luna, mentre si consumava quel misfatto. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti; oggi ci ritroviamo con un organismo monco e un sistema di vigilanza assolutamente inadeguato, le cui inefficienze le stanno pagando i lavoratori.

[*] Giornalista e scrittore. Consigliere della Fondazione Prof. Massimo D’Antona.

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