Anno XIV - n° 74

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Marzo/Aprile 2026

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Anno XIV - n° 74

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Siamo già in un’economia di guerra?


di Matteo Ariano [*]

Matteo Ariano 46

Nei giorni scorsi, mentre ascoltavo uno dei podcast che sono uso seguire prima di andare al lavoro, ho sentito una notizia che mi ha, letteralmente, raggelato: il Pentagono americano avrebbe avviato colloqui con alcune aziende produttrici di automobili, come la Ford o la General Motors, per verificare la loro disponibilità a convertire una parte della loro produzione in armi. Non tranquillizza affatto la precisazione che questi colloqui sarebbero avvenuti prima dell’avvio del conflitto in Iran, perché ciò farebbe pensare a una strategia di medio-lungo periodo piuttosto che a una contingenza legata agli sviluppi del folle conflitto avviato in Iran.

Ariano 74 2Poche settimane fa, nel cuore dell’Europa, una notizia identica: la Volkswagen ha confermato di essere in contatto con diverse aziende della difesa per verificare la conversione di una parte del proprio apparato industriale in apparato bellico. Così, ad esempio, uno stabilimento della famosissima azienda, in cui sarebbero a rischio oltre duemila posti di lavoro a causa della crisi dell’auto, potrebbe essere riconvertito in fabbrica dove realizzare missili, coì da salvare i posti di lavoro. Sempre la Volkswagen sarebbe in trattativa con un’azienda della difesa israeliana per realizzare componenti utili alla rete di difesa aerea dello Stato d’Israele.

L’ultima volta che la Volkswagen fece questa scelta fu nel 1939: con l’avvio della Seconda guerra mondiale, Hitler ordinò che l’azienda tedesca non producesse più il famoso “maggiolino”, ma iniziasse a produrre armi. Non proprio un bel precedente, insomma.

Eppure, proprio la “scoperta” della dipendenza da carburanti fossili avrebbe potuto indurre e potrebbe indurre a una diversa riconversione, ad esempio nella produzione di componenti per l’energia eolica o solare ovvero all’incremento di automobili elettriche, così da iniziare a invertire la rotta di tale dipendenza a livello europeo. Invece, si sceglie – come fosse una strada inesorabile – di trasformare l’apparato industriale in apparato bellico.

Addirittura, l’attuale Governo ha rinviato di ben dodici anni la chiusura delle centrali elettriche a carbone, per far fronte alla crisi energetica. Anche questa non appare affatto una scelta lungimirante.

Sempre di più, ci si mette di fronte a scelte drammatiche: preferisci perdere il posto di lavoro o lavorare in una fabbrica che d’ora in poi produrrà armi? Preferisci perdere il posto di lavoro o lavorare in una centrale elettrica a carbone che inquina l’ambiente in cui vivi?

Tutto questo ha e avrà un impatto inevitabile sulla riduzione dei servizi pubblici: è inevitabile che se si utilizzano soldi pubblici per la produzione o l’acquisto di armi, si dovrà dall’altra parte ridurre lo stanziamento di soldi per la sanità e la scuola, ad esempio.

Negli anni sessanta del secolo scorso, nel suo discorso di addio alla nazione, il presidente statunitense Eisenhower avvertì il popolo americano dei pericoli derivanti da quello che lui definì “il complesso militare-industriale”.

In quel famoso discorso, disse: “Nei concili di governo dobbiamo guardarci dall'acquisizione di influenze che non diano garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l'ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini all'erta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l'enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme”.

Ariano 74 1Parole di una attualità eccezionale, sembrano scritte oggi. Tutti noi cittadini occidentali sembriamo in parte assuefatti a questa retorica della guerra, che ricorda così terribilmente quanto accadeva all’inizio del ’900 e la maggioranza dei cittadini non sembra all’erta e consapevole, per riprendere le parole del presidente Eisenhower. Molti di noi non sembrano disposti a rinunciare agli agi cui la società dei consumi ci ha abituati. A questo proposito, riecheggiano nella mia mente le parole pronunciate da Alberto Sordi, nel film “Finché c’è guerra c’è speranza”, anch’esso di grandissima attualità. Sordi, nel film un mercante di armi che aveva consentito alla sua famiglia di vivere nel lusso grazie ai suoi affari, torna dall’ennesimo viaggio in Africa dopo aver venduto un carico di armi e scopre che la moglie, i figli e la suocera ora lo disprezzano per il suo lavoro, dopo che i quotidiani lo avevano reso noto. Nella sua risposta, dice ai familiari: “Le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono, vogliono, vogliono e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i ca… che ve se fregano costano molto! E per procurarseli qualcuno bisogna depredare! Ecco perché si fanno le guerre!”.

Occorre iniziare a prendere consapevolezza che un modello culturale, sociale ed economico fondato sullo sfruttamento di altri esseri umani e sullo sfruttamento senza limite di risorse limitate rischia di produrre – per la coincidenza di interessi tra complesso militare-industriale e società dei consumi che porta a voler avere sempre di più – shock irreversibili per l’umanità intera. Ci stiamo incamminando verso l’orlo del precipizio, a mio avviso, ma siamo ancora in tempo per prenderne coscienza e fermarci. Quadrato Rosso

[*] Presidente della Fondazione Prof. Massimo D’Antona ETS.

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