
Oggi più che mai abbiamo bisogno di una pubblica amministrazione efficiente. In un mondo trasformato dalla rivoluzione tecnologica, nel quale persone, informazioni e attività si muovono alla velocità della luce, non possiamo più permetterci gli ostacoli, i ritardi e le inefficienze di un apparato rimasto troppo spesso ancorato al passato. Il rischio è quello di pagare un prezzo altissimo in termini di sviluppo, fino a vedere il nostro Paese arretrare rispetto a società dotate di servizi pubblici più moderni e performanti.
Secondo i dati forniti dal Dipartimento della Funzione Pubblica, i costi sostenuti dalle imprese per gli adempimenti burocratici, spesso superflui, oscillano tra 57,2 e 80 miliardi di euro, mentre i ritardi nell’erogazione delle prestazioni amministrative pesano complessivamente su famiglie e aziende per 220 miliardi.
Il problema, tuttavia, non è soltanto economico. C’è un aspetto ancora più grave e meno facilmente quantificabile: servizi pubblici inefficaci alimentano nei cittadini un senso di sfiducia verso le istituzioni e finiscono così per rappresentare un pericolo per la stessa democrazia. L’inefficienza, purtroppo, è diffusa in gran parte del settore pubblico e penso che i lettori ne abbiano esperienza quasi quotidiana, dalla sanità alla scuola. Quanto ai guasti e alle disfunzioni dell’amministrazione ministeriale, ne ho conoscenza diretta per avervi lavorato come dipendente.
In questo delicato settore, purtroppo, quando le cose non funzionano, il danno assume una dimensione ancora maggiore. Esso è infatti contemporaneamente il cervello e il braccio dello Stato: il luogo nel quale vengono elaborate le norme che saranno poi sottoposte all’approvazione del Parlamento e, nello stesso tempo, la struttura chiamata a darvi concreta attuazione. Se il meccanismo si inceppa, le conseguenze si riflettono sull’intero sistema.
I mali che affliggono i servizi pubblici sono purtroppo numerosi e vengono da lontano, nonostante i ripetuti tentativi di riforma, alcuni dei quali risalgono addirittura ai primi anni del Novecento. Nel corso della mia esistenza sono state emanate diverse leggi con l’obiettivo di rendere più efficienti i servizi per l’utenza, intervenendo su strutture, procedure e professionalità. In alcuni casi si è arrivati persino a modificare l’assetto istituzionale secondo le mode del momento, senza che ciò producesse gli effetti sperati. I risultati, infatti, sono stati spesso modesti, quando non addirittura insignificanti.
Talvolta, anzi, la situazione è peggiorata. Il motivo è che le riforme sono state concepite prevalentemente mediante norme piene di formule e riferimenti giuridici, mentre assai poco spazio è stato riservato alle tecniche e ai criteri organizzativi propri del mondo industriale, e quasi sempre senza mettere a disposizione le risorse necessarie. Quando, nei rari casi, sono state introdotte soluzioni realmente valide, queste sono state contrastate o ridimensionate, fino a perdere la capacità di incidere in profondità. A opporsi sono stati spesso quei gruppi interni il cui potere trae alimento proprio dalla conservazione dell’esistente.
Che la pubblica amministrazione versi oggi in una situazione di grave crisi è riconosciuto dallo stesso Dipartimento della Funzione Pubblica. Il Presidente del Consiglio ha inoltre proposto alle parti sociali interessate l’apertura di un cantiere comune per arrivare a una ristrutturazione radicale dell’apparato burocratico (CorSera, 29 luglio c.a.).
Si tratta di un’impresa tutt’altro che semplice perché è un’operazione costosa, complessa e destinata inevitabilmente a incontrare resistenze. Bisogna infatti sostituire un modello ancora legato a procedure di stampo ottocentesco, spesso incapace di assorbire l’evoluzione tecnologica perché condizionato da una cultura consolidata nel tempo, che ha trasformato la procedura cavillosa in un dogma, anche quando essa entra in contrasto con la razionalità. E a volte la procedura non è soltanto una regola: diventa uno strumento di potere.
Per come è ridotta oggi la pubblica amministrazione, con le incrostazioni accumulate nel corso dei decenni, per liberarla da ciò che ne impedisce il funzionamento saranno necessarie le mitiche fatiche di Sisifo, e forse neppure queste basteranno. Ma bisognerà riuscirci. Perché il tempo sta scadendo e il prezzo dell’immobilismo potrebbe essere la decadenza del nostro Paese sotto il profilo politico, sociale ed economico.
In questa difficile partita il movimento sindacale potrà giocare un ruolo importante. Se saprà contribuire a una trasformazione profonda, difendendo i lavoratori ma anche sostenendo l’esigenza di un’amministrazione moderna, efficiente e al servizio dei cittadini, potrà rendere un servizio prezioso al Paese. E, per questo, avrà la riconoscenza di gran parte della comunità.
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[*] Giornalista e scrittore. Consigliere della Fondazione Prof. Massimo D’Antona.

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