Anno XIV - n° 77

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Settembre/Ottobre 2026

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Anno XIV - n° 77

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Lavoro umano nelle tracce della “Magnifica Humanitas”


di Stefano Olivieri Pennesi [*]

Olivieri Pennesi 28

Accingiamoci, nelle prossime pagine di questo redazionale, ad affrontare il tema del lavoro umano, così come è stato “nuovamente” posto all’attenzione mondiale, anche grazie al contributo offerto dalla recente Enciclica Papale “Magnifica Humanitas”. La stessa si inserisce, vigorosamente, nel tracciato della Dottrina Sociale della Chiesa riprendendo quel filo rosso avviato nel lontano 1891 da Papa Leone XIII con l’altra Enciclica fondante per l’epoca moderna, la Rerum Novarum.

Giustamente, a mio parere, si è focalizzata, da parte di Papa Leone XIV, l’attenzione su taluni aspetti del nostro vivere, in cui l’ingresso impetuoso della Intelligenza Artificiale, ormai nella quasi totalità dei processi produttivi, sta ridisegnando il lavoro umano. È di tutta evidenza, pertanto, su come il prossimo futuro delle società umane sarà influenzato dalle conseguenti problematiche di vita e di lavoro degli esseri umani. Proprio su questo Papa Prevost ha voluto, fin dall’inizio del suo pontificato, reintrodurre significati e prospettive per una innovata e attualizzata “dottrina sociale” della Chiesa Cattolica, nell’avvio del terzo millennio.

Il Santo Padre sembrerebbe voler metterci in guardia rispetto ad un modo, sostanzialmente errato e fuorviante, di pensare alle molteplici implicazioni dell’IA sul nostro vivere. Errato sarebbe considerarla, soltanto, quale una evoluzione tecnologica caratterizzata dalla espansione degli algoritmi, velocità di calcolo, addestramento, in qualche modo paragonabile all’innovazione offerta dallo sviluppo ed applicazione dei microprocessori, e molto più indietro nel tempo dalla invenzione del motore a vapore, dell’elettricità e loro utilizzi.

Tale approccio, però, potrebbe farci meglio districare nei confronti del mondo della produzione, dell’economia e delle imprese, non confortando tuttavia la comprensione profonda delle trasformazioni in atto, che non ineriscono soltanto la pura dimensione tecnologica, quanto piuttosto quella antropologica.

Peter Thiel (imprenditore – filosofo statunitense) nel 2009 già affermava “la tecnologia permette di cambiare il mondo unilateralmente, senza dover convincere, implorare e supplicare chi non sarà mai d’accordo”. L’IA sta diventando, a ben vedere, una nuova forma di vita “artificiale” che sta progressivamente evolvendo; e non una mera “tecnologia avanzata”.

Ecco, quindi, la ragione che mi spinge a menzionare la dottrina del “post umanesimo”, elaborata dal filosofo svedese Nick Bostrom, direttore del “Future of Humanity Institute” di Oxford, che ci racconta come Il concetto di “postumano” rappresenta un passaggio evolutivo successivo dell'essere umano, contraddistinto da capacità fisiche, intellettuali ed emozionali radicalmente superiori a quelle attuali, materialmente implementate dall’uso diffuso della tecnologia.

In particolare, sono stati elaborati i concetti di:

  • implementazione cognitiva: quale capacità intellettuale maggiorata (potenziamento umano) o meglio ricerca dell’“umanesimo potenziato” rispetto a quanto posseduto da qualsiasi essere umano odierno, possibili connessioni con l'avvento della cosiddetta superintelligenza artificiale che può declinarsi/implementarsi nell’impiego di nanotecnologie, biotecnologie, ecc.
  • controllo emotivo: da intendersi quale controllo pressoché totale o avanzato rispetto ai propri stati psicologici ed emozionali, affrancato da sofferenze o limiti di natura biologica.
  • durata dell’esistenza umana: vale a dire la possibilità di vivere per molti più anni dilatando la propria vita senza subire particolari deterioramenti biologico dovuti all'invecchiamento. Possibilità di sostituire gran parte dei propri organi vitali, o anche superare la morte tramite la possibilità di ricorrere alla crioconservazione ovvero ibernazione umana totale o anche di una sola parte, quale il cervello.

Cerchiamo di fare luce rispetto ai presupposti culturali che stanno conducendo la rivoluzione digitale in atto. Come sopra introdotto rifacciamoci ad alcune correnti di pensiero che intendono il progresso come superamento dell’umano che, come detto, si identificano nei filoni del transumanesimo e post umanesimo.

Tali concezioni e correnti filosofiche rappresentano la base ideologica che si sta facendo strada in alcuni dei maggiori “centri di potere tecnologico” influenzando l’immaginario collettivo, ricorrendo al riverbero dei media, dei social, ma anche da parte di diversi leader politici mondiali, a capo delle maggiori super potenze, che sono in grado di dettare la linea.

Più o meno consapevolmente si riescono ad indurre le masse ad un entusiasmo, non sempre giustificato, verso le nuove tecnologie, offrendo una visione futuristica di possibili approdi verso qualsivoglia “uomo potenziato” ovvero di “uomo ibridato” con l’uso massivo di tecnologia.

Il transumanesimo e post umanesimo annoverano, al loro interno, una molteplicità di correnti e sensibilità, rendendo complessa una descrizione univoca. Ad ogni modo dei presupposti comuni ci sono: la centralità delle innovazioni prodotte in particolare dalla IA, e parallelamente il sogno di travalicare i limiti della attuale condizione umana.

Con il transumanesimo si concepisce un potenziamento dell’essere umano attraverso l’impiego delle tecnologie più avanzate (bioingegneria dell’uomo, biomedicina, reti algoritmiche, dispositivi bot, domotica), al fine di incrementare prestazioni e capacità.

Il post umanesimo, indagando le sue versioni più estreme, si spinge ben oltre: si pone radicalmente in antitesi alla visione antropocentrica dell’essere umano idealizzando una forma di “ibridazione” tra uomo, macchina e ambiente circostante, spingendosi a prefigurare il transito del genere umano, dalla attuale condizione, verso una nuova fase “evolutiva” irrorata da crescenti tecnologie in grado di commutare l’umano con le sue “imperfezioni”, come ora lo conosciamo.

Se leggiamo bene l’essenza delle nostre esistenze si rileva che Il rapporto degli esseri umani con la vita, sembra oggi ammantato e ammalorato da crisi profonda. Quello che appare come: “limite”, inadeguatezza, vecchiaia, sofferenza, malattia, fragilità, devianza, tende a essere relegato a difetto da dover correggere e quindi superare, anziché uno stadio esistenziale che comunque ci riporta a valori “altri” quali: resilienza, relazione, accrescimento, solidarietà, affettività.

Di contro nella M.H. Papa Leone evidenzia come l’umano non fiorisce malgrado i suoi limiti, ma spesso attraverso proprio i suoi molteplici limiti. La visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo fattori “contingenti” delle cose di questo mondo.

È naturale ricercare l’eliminazione, per quanto possibile, delle sofferenze che segnano la vita umana, e comunque sensato riconoscere la nostra insita “finitudine” quale limite strutturale dell'essere umano nelle sue fragilità multiple, sapendo che l’esperienza della fede cristiana propone, senza scorciatoie, la dualità tra grandezza e appunto limite dell’umano. Tutto questo, evidentemente, in contrapposizione con le più recenti visioni e concetti filosofici che si concentrano su una rinnovata visione di “superuomo”, traendo origine dalla volontà di “potenza” presente nel superuomo di Nietzsche o anche dal superuomo di D’annunzio che persegue la forza e il dominio sulle folle.

Tornando al post umanesimo questo è la diretta conseguenza del transumanesimo ovvero la fase di transizione a cui si ispira il movimento culturale volto al concetto di iniziale potenziamento dell’essere umano in epoca moderna. Diversamente il postumano è la risultante seguente di tale percorso antropologico, trasformando così l’oggettivazione di quello che abbiamo conosciuto come portato dell'Homo sapiens tradizionale.

Papa Leone, con tutta evidenza, non risparmia critiche severe al progetto transumanista, pur consapevole della oggettiva attrattività, nel nostro tempo, tale da riconoscere alle nuove tecnologie e all’IA una potenza e invasività in grado anche di rendere tale capitale immateriale superiore e quand’anche sostitutivo dello stesso lavoro umano, o al più ad esso complementare, per assecondare i nostri accresciuti bisogni. Giusto, quindi, il dover analizzare i rischi esistenziali legati a questa evoluzione umana.

Dobbiamo anche chiederci quali spinte esistono nel vedere assecondare lo sviluppo accelerato verso la cosiddetta “superintelligenza” (come definita di recente dal Presidente degli Stati Uniti) e se rappresenta la cosa giusta da fare, o viceversa ciò merita una supplementare riflessione rispetto alla direzione da prendere ma anche la opportuna velocità da imprimere a tali processi.

Nei fatti i sistemi più avanzati di IA possono sfuggire al controllo umano, come già dimostrato in recenti “incidenti”; OpenAI ad es. ha sospeso l’addestramento dei propri modelli più avanzati per contenere le azioni autonome e non autorizzate dei software. Esiste però l’aggravante che alcuni governanti mondiali tendano a minimizzare gli stessi accadimenti, ovvero azioni “autonome” ed impreviste da parte dell’Intelligenza artificiale, o della “superintelligenza” la si voglia chiamare, e questo dovrebbe indurci a nuove regolamentazioni per limitare o meglio governare lo sviluppo dell’IA.

Al riguardo e supporto possiamo menzionare quanto contenuto nel manifesto dell’iperliberista, ideologo del trumpismo, poc’anzi citato, Peter Theil, dove si afferma che la “democrazia deliberativa” e quindi il ricorso ad una sorta di discussione pubblica e confronto tra liberi cittadini, a ben vedere, risulta essere inadeguata ai nuovi bisogni sociali e forse anche d’intralcio all’avanzamento del progresso.

Ecco che ci vediamo costretti a pagare un “prezzo” sociale quando una piattaforma privata diventa il principale “filtro” di visibilità comune, per la politica come per l’informazione premiando qualvolta l’urgenza emotiva. Si capisce allora perché l’IA non sia un mezzo neutro, come in più parti dell’Enciclica M.H. si evince.

Ma vogliamo ora tornare sul tema “lavoro” e sua essenza. Si dovrebbe partire dal riconoscere, anche sul piano giuridico che il lavoro, prima ancora che un diritto, è un bisogno umano inalienabile. Riconoscere che il bisogno fondamentale del lavoro è un presidio di vita con primazia sul diritto stesso.

È pertanto il bisogno intrinseco di lavorare a dare fondamento, certamente giuridico, ma altrettanto etico, proprio al diritto al lavoro, che diversamente risulterebbe un diritto comprimibile se non calpestabile.

Osserviamo anche come la trasformazione dell’infrastruttura digitale globale sia arrivata ad uno snodo primario; la rete non è più concepita solo per necessità e consumi umani, sta progressivamente assumendo connotati per l’interazione diretta tra sistemi di intelligenza evoluta ricorrendo a protocolli di comunicazione. Questo si lega alla diffusione crescente dell’IA agentica che ha avviato la cosiddetta Internet delle Macchine, dove l’utente non è più la persona in carne ed ossa, ma l’agente intelligente (macchina) che opera per suo conto.


Il senso del lavoro centrato sulla persona, non sul profitto


Mantenere al centro la valorizzazione del fattore umano è certamente uno degli scopi che emergono da una analisi del recente documento Papale l’Enciclica “Magnifica Humanitas”. Riflettendo sui vari passaggi dedicati al lavoro notiamo che la MH ci interroga sul fatto che la vera differenza nei luoghi di lavoro la fanno le persone, non la tecnologia. Salvare i posti di lavoro, per mantenere vitale il vero senso del lavoro, anche oltre il mero “profitto” e la mercificazione, ma anche lo scopo e il posto della persona umana nel mondo che stiamo costruendo attraverso l’uso della tecnologia.

È giusto allora interrogarsi se le nuove tecnologie hanno aumentato la produttività, compresso i costi della produzione, migliorato la qualità o accelerato i processi lavorativi. Ma molto più raramente ci si domanda se questo ha contestualmente contribuito a corroborare la dignità delle persone che lavorano. In vero, è proprio questa la domanda sulla quale Leone XIV ci porta a riflettere.

Pensare che la Magnifica Humanitas rappresenti un pamphlet contro l’IA ritengo sia un grave errore. Di converso la stessa, riconosce e attribuisce delle opportunità straordinarie che vengono offerte dalle nuove tecnologie nei campi scientifici, in quelli della ricerca, nella medicina, nell’educazione, nella comunicazione e nella produzione di beni e servizi. Ma è anche vero che nella stessa emerge un rifiuto dell’idea che il progresso tecnico possa rappresentare, insitamente, anche progresso umano.

Leone XIV rinvigorisce una convinzione che percorre tutta la tradizione sociale della Chiesa cattolica ossia, che il lavoro non può essere soltanto relegato a fonte di sostentamento/reddito, ma assume connotati e spazi per cui le persone esercitano, creatività, solidarietà, unità d’intenti, responsabilità e partecipazione alla vita collettiva. Le imprese moderne, pertanto, per poter assumere funzioni di soggetto economico vitale e responsabile, devono essere anche delle coese comunità sociali.

Citando l’odierna “quarta rivoluzione industriale” o industria 4.0 (successiva alla rivoluzione del vapore, dell’elettricità, del computer) intesa come compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico, il Pontefice sottolinea l’importanza di tutelare la dignità e il valore del lavoro: “I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori”, in quanto la tecnologia può degradare i lavoratori, relegarli a funzioni marginali, sottoporli a sorveglianza automatizzata. Viceversa, serve progettare sistemi centrati sulla persona e non solo sulla sua opera, perché la tecnologia può certamente affrancare l’uomo da mansioni gravose o ripetitive, ma non deve assolutamente portare alla disoccupazione in nome della riduzione dei costi e dell’incremento dei profitti.

In un contesto dove si profilano scenari in cui si accrescono le povertà e disuguaglianze, causate da sistemi automatizzati che stanno sostituendo progressivamente l’uomo, il Pontefice auspica, anche, un rinnovamento delle organizzazioni sindacali e corpi intermedi.

La trasformazione digitale, ormai è acclarato, va governata in anticipo attraverso criteri sociali condivisi, visione del futuro, formazione qualificante e continua per i lavoratori, responsabilità sociale dell’impresa. Il Pontefice invita al superamento del Pil come parametro di sviluppo di un Paese, puntando invece su dignità del lavoro, benessere condiviso, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente.

La questione dirimente riguarda il significato che il lavoro continuerà ad avere per chi lo svolge. Le produzioni possono diventare sempre più efficienti senza necessariamente divenire luoghi nei quali le persone trovano riconoscimento, ruolo, crescita e scopo. Il futuro del lavoro non dipenderà soltanto da ciò che l’IA sarà capace di fare, dipenderà principalmente da ciò che noi, esseri umani, decideremo di diventare mentre la utilizziamo. La prima rivoluzione industriale aveva reso tangibile il conflitto tra capitale e lavoro nelle fabbriche, nelle miniere, nei cantieri. La rivoluzione digitale tende, invece, a renderlo opaco.

Il lavoro che definiamo “algoritmico” non può essere lasciato nell’autoregolamentazione del mercato o delle singole imprese. Governare le trasformazioni tecnologiche ci rimanda ai diritti collettivi, al ruolo attivo dei corpi intermedi e alla capacità pubblica di regolazione – imponendo un riformismo del lavoro accompagnato dalla democrazia sociale che l’Enciclica Magnifica Humanitas richiama esplicitamente.

Sempre più spesso l’organizzazione del lavoro e la sua materiale gestione non si esplicita ricorrendo alla canonica visione gerarchica, attuata da dirigenti responsabili di filiera, capi reparto, turni, ecc. oggi il sistema lavoro, sempre più frequentemente, si dipana sfruttando piattaforme, IA, strutture automatizzate, robotica, ecc. L’algoritmo assegna compiti, priorità, tempistiche, classifica performance individuali e collettive, implementa sistemi reputazionali, orienta comportamenti. In casi sempre più frequenti decide chi lavora, quanto e a quali condizioni (es. lavoro dei riders, o quello nei grandi centri della logistica).

Nell’economia cosiddetta digitale, la sovranità non è solo di natura tecnologica, ma essa viene esercitata direttamente sul lavoro. Il dominus è chi stabilisce le regole, chi controlla gli standard, chi decide come l’innovazione debba pervadere l’azione produttiva.

L’intelligenza artificiale viene rappresentata come un’infrastruttura immateriale. Per il vero la stessa necessita di una filiera umana di grandi dimensioni, assolutamente materiale, che purtroppo svolge la propria azione (etichettatura dati, visione e moderazione dei contenuti violenti, immorali, addestramento sistemi, implementazione dati e correzione di bug) oggettivamente “taciuta” quasi da essere invisibile. Un lavoro digitale concreto, esteso soprattutto nei Paesi a basso reddito, e per questo con compensi minimi e senza tutele, accomunato dalla scarsa o inesistente dignità di chi lavora, risultando l’anello debole della catena.

Non a caso Papa Leone XIV parla, nel suo documento ecclesiale, di una “catena di sfruttamento deliberatamente invisibile” . Per questo attribuisce una responsabilità specifica, vale a dire poter garantire trasparenza ed equità per tutta la catena del circuito digitale con standard sociali certi, regole pubbliche valevoli per l’intera filiera dell’IA.

La difesa del lavoro come punto fermo globale, nella consapevolezza di non lasciare l’intera infrastruttura tecnologica nella totale disponibilità di pochi player mondiali.

Troppe volte rischiamo di dimenticarci che per molti il lavoro continua ad essere fatica che aliena e ci rende bulimici. L’Enciclica Magnifica Humanitas contiene dei riferimenti specifici “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” .

Compito della società civile e di chi ha poteri decisionali, politici ed economici, nell’attuale società globale, è certamente quello di custodire l’umanità e la sua dignità.

Il Papa ci interroga con una domanda radicale: cosa resta della dignità del lavoro quando la macchina non sostituisce più soltanto lo sforzo fisico, ma l'intelletto, la creatività e il discernimento umano? E poi ancora, il lavoro non può essere una anonima variabile algoritmica, né un costo da rivisitare surrogando l'uomo con le macchine, deve rimanere, viceversa, presidio della dignità dell'essere umano.

Evidentemente il tema della “dignità” del lavoro riecheggia nella nostra Costituzione lo stesso valore di dignità enunciato nell’art. 36 dove si evince l’esigenza di una retribuzione non solo proporzionata, ma sufficiente a garantire un'esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia.

Nel nuovo “ciclo umano” caratterizzato dalla immanenza dell’intelligenza artificiale, e dalle sue ipotizzate immense potenzialità, ciò che verosimilmente “custodisce” l’umano risulterebbe essere il suo stesso limite. Si potrebbe trovare in tale ossimoro una possibile chiave di lettura della prima enciclica di Papa Leone.

Il Pontefice fa trasparire nei suoi scritti la necessità di poter “disarmare” l’IA a fronte di tutte le sue possibili derive disumanizzanti, sia nel mondo del lavoro come in quello economico, e militare. L’imperativo dovrebbe essere “custodire l’umano”.

Tale ragionamento viene sviluppato per mezzo dei riferimenti biblici che ci riportano alla citazione di ciò che rappresentò la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto e dei guadagni facili, che sacrifica maggiormente i deboli, gli ultimi, i devianti; l’uniformità che comprime le differenze, la presunzione di un linguaggio unico, anche in ambito digitale, in grado di decodificare tutto, finanche il concetto di persona e umano, in dati e funzioni. Con questo si rischia una crescente disumanizzazione.

Ad ogni modo è opportuno fare delle considerazioni rispetto al fatto che qualsiasi asserzione sull’IA, in questa fase di tumultuosa crescita, rischia di diventare obsoleta in breve tempo, considerando la velocità di evoluzione di questi sistemi. E poi ancora che tutti noi, anche gli attori progettisti, sviluppatori, ideatori, ben poco conosciamo dell’effettivo funzionamento e sue prospettazioni.

Le attuali IA sembrano essere più “adattate” o “osservate” che “costruite”. Progettare, analiticamente e nel dettaglio, ogni specificità-specialità, da parte dei creatori, sviluppatori, sembrerebbe essere oggettivamente non praticabile, di contro ci si approccia alla creazione delle architetture algoritmiche, sulla quale l’IA sta “crescendo”.

È anche vero che dare una definizione univoca e completa dell’IA è pressoché impossibile. Si può però affermare, a ben vedere, che sarebbe opportuno evitare l’equivoco di accomunare questa “intelligenza” a quella umana.

Evidentemente tali sistemi “imitano” determinate funzioni dell’intelligenza umana, con la risultante però di imprimere maggiore velocità e ampiezza di calcolo, destinando quindi benefici in svariati campi.

Fino ad ora tali caratteristiche rimangono legate, nella quasi totalità, al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali sono carenti di qualsivoglia esperienza, non percorrono le gioie e i dolori, non sviluppano relazioni umane sensoriali e intellettive, non conoscono il significato di amore, lavoro, amicizia, moralità, sono nei fatti assolutamente “neutre”. Non sanno giudicare il bene e il male, non possono cogliere il senso ultimo delle scelte di vita, dell’imprevedibilità, e soprattutto non vengono gravate delle conseguenze di ogni azione fatta.

La stessa capacità del cosiddetto “apprendimento” risulta essere, nella sostanza, diverso da quello fatto dalle persone umane. Non può basarsi oggettivamente su “esperienze” che per noi umani significano farsi “plasmare” dalla vita reale, viceversa tali apprendimenti risultano essere un adattamento statistico basato su dati, probabilità e riscontri, certamente molto efficace e funzionale, ma di sicuro implica una non crescita interiore anche di tipo spirituale.

I fattori apparentemente qualificanti nell’impiego dell’IA sono, nella pratica, la facilità di ottenere i risultati voluti, il marchio di oggettività, ma anche la simulazione della comunicazione umana. La stessa velocità e semplicità con cui è possibile ottenere: risposte, indicazioni, elaborazioni complesse, contenuti mediatici e forme di supporto operativo, certamente semplificano le nostre vite, ma da non sottovalutare il rischio di abituarci a delegare indirettamente scelte, a cercare risposte immediate, depotenziando il giudizio e discernimento personale come pure gli elementi di creatività ed estro.

A questo punto preme offrire un risvolto di natura sociologica, osservando che le condizioni di lavoro riflettono, non di rado, il grado di civiltà detenuto da una società. Di più, il modo e intensità in cui si tutelano i lavoratori definisce la qualità dello sviluppo e la tenuta delle relazioni sociali.

Per tali ragioni, ad esempio, la “sicurezza sul lavoro” non rappresenta solamente un obiettivo settoriale e circoscritto, ma parallelamente un valore fondativo di giustizia sociale.

Dobbiamo quindi anche parlare di approcci innovativi concernenti la sicurezza e igiene sul lavoro introducendo, audacemente, anche il contributo che potrebbe offrire la IA, in particolare per le modernizzazioni degli smart DPI, quali dispositivi protettivi indossabili, ma anche ragionando di robotica funzionale, esoscheletri intelligenti, analisi predittiva, controllo remoto delle azioni e degli ambienti lavorativi maggiormente a rischio, formazione in realtà virtuale, ecc.

Il monito che deve seguire è riconoscere i costi incomprimibili nella misura di attuare un maggior rispetto della dignità umana e della sicurezza dei lavoratori che il sistema produttivo deve necessariamente contemplare con uno sguardo attento al rispetto della vita dell’uomo.

Non è quindi un caso che la nostra Costituzione all’Articolo 41 dichiarando che l'iniziativa economica privata è libera, stabilisce un una linea rossa ossia che la stessa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o tale da recare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.


Conclusioni sulla magnifica umanità


Nella Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, la sfida lanciata è quella di evitare che l’uomo diventi una mera appendice dell’algoritmo. L’AI può restituire tempo prezioso per le nostre vite, incrementare la sicurezza e la produttività sul lavoro, ma senza un “governo” efficace della stessa si rischia di accentrare potere verso un’élite tecnocratica e al contempo impoverire sempre più il lavoro, almeno quello che conoscevamo. Governare l’AI significa scegliere un modello di sviluppo dove innovazione, dignità e libertà avanzano all’unisono. Questo appare essere l’invito offerto dal documento Papale M.H.

Credo sia ormai acclarato come il mercato del lavoro risulta essere uno degli ambiti in cui i rischi, prodotti dalle nuove tecnologie, in primis l’IA, emergono con maggiore evidenza. Non bisogna quindi dimenticare che la libertà economica non può essere assoluta ma che invece va sempre soppesata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona.

La stessa Enciclica non ci risparmia di rilevare i rischi del “tecnocapitalismo”, e di come la tecnologia possa divenire strumento di potere assoluto e di contrapposizione alla democrazia. Il rischio che il lavoro sia subalterno non ai soggetti che lo svolgono, ma piuttosto proiettato alla massimizzazione del profitto, con la conseguente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, e una crescente diffusione della povertà nel mondo.

Significativa anche è la critica di Leone XIV ad un neocolonialismo, di stampo “digitale”, originato, per il pontefice, dal controllo dei dati e delle infrastrutture tecnologiche da parte di pochi gruppi privati globali, dando vita a “nuovo ordine mondiale”.

La Magnifica humanitas rappresenta un tentativo di edificare una nuova “antropologia sociale” nell’epoca dell’IA. Papa Prevost non rifiuta la tecnologia, anzi la riconosce come ineluttabile, immanente, ma rifugge dall’idea che la stessa possa sostituire il valore morale, la responsabilità politica e il merito umano del lavoro. Il rischio segnalato dall’enciclica è quello di una società dove il lavoratore venga progressivamente mutato in appendice del sistema algoritmico.

Vi è quindi il bisogno di affermare quello che potremmo definire, sul solco di Papa Leone, “umanesimo sociale” tenendo insieme etica cristiana, giustizia sociale e critica interrogativa sul capitalismo tecnologico contemporaneo.

In questo si inserisce la necessaria consapevolezza che esiste una differenza fondamentale tra “intelligenza” e “sapienza”. Probabilmente la prima può essere anche simulata come ci succede di osservare con l’IA. La sapienza, d’altro canto, germoglia solamente da una vita vissuta. È per questo che il tema del lavoro umano, oggi, è ancora più determinante che nel passato, se si vuole scongiurare la “sindrome” di “Babele” citata, in più passaggi, da Papa Leone XIV nella sua “Magnifica Humanitas”.

Perché il futuro del lavoro non dipenderà esclusivamente da ciò che l’intelligenza artificiale sarà capace di fare; dipenderà soprattutto da ciò che noi decideremo di diventare mentre la utilizziamo, anche grazie, appunto, alla umana “sapienza”.

Per questo ovviamente un plauso andrebbe fatto allorquando il ristrettissimo numero dei leader mondiali dell’IA (principalmente statunitensi –quali Meta, Google Anthropic, Nvidia, OpenAI, X-AI –, ma anche orientali – come DeepSeek, Qwen-Alibaba, Baidu, Kimi-Moonshot AI, Hailuo AI) decidesse anche solo volontariamente, per incrementare la sicurezza dei loro modelli di IA, di intervenire sui sistemi di controllo interni ed esterni alle stesse aziende. Parola d’ordine dovrebbe quindi essere, in assenza di legislazione normativa, “autoregolamentazione”, aumentando così la sicurezza reale di sistemi che quasi quotidianamente sono protagonisti di incidenti o di alterazioni oggettivamente pericolose. A questo aggiungiamo la necessità che anche il vecchio continente possa agire da protagonista perseguendo una sua sovranità digitale da poter governare con una forma di autonomia e di controllo su tecnologie proprie, nella consapevolezza che a livello globale lo sviluppo dell’IA sta plasmando la nostra vita economica e sociale.

Su tale solco il nostro Paese ha previsto dallo scorso 30 settembre un nuovo reato per l’IA ad alto rischio: Il D.Lgs. 160/2026 (che recepisce il regolamento [UE] 2024/1689 in tema di regole armonizzate sull'intelligenza artificiale) in vigore dalla citata data, introduce nel ns. Codice penale l’art. 437-bis, che punisce, con la reclusione, l’omessa adozione di misure di sicurezza e di sorveglianza umana, sui sistemi di IA ad alto rischio, per alterazione dei sistemi. La stessa scatta se dall’omissione deriva un pericolo concreto per la vita o l’incolumità delle persone.

In una parola conclusiva vorrei concentrare il pensiero dell’autore del presente redazionale, vale a dire: “le trasformazioni del lavoro, devono avere sempre e comunque la persona umana collocata al centro, in ogni processo evolutivo” e certamente con un approccio antropocentrico. Questo perché le macchine elaborano dati, ma non comprendono il contesto etico o le sfumature emotive ed emozionali che ogni decisione “umana” comporta. Quadrato Rosso

[*] Dirigente INL, Direzione Centrale Risorse – Uff. III° - Bilancio e Patrimonio. Direttore a interim ITL Rieti. Professore a contratto c/o Università Tor Vergata, titolare della cattedra di “Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro” nonché della cattedra di “Diritto del Lavoro”. Il presente contributo è frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non impegna l’Amministrazione di appartenenza.

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